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FAUNA E SELVICOLTURA NELLE FORESTE CASENTINESI

La comunità montana del Casentino coinvolge 13 comuni della provincia di Arezzo, con un’estensione di 82.000 Ha, di cui 60.000 occupati da bosco.

Gestisce (dal 1977) 11.750 ha di proprietà agricolo-forestali della Regione Toscana, di cui più di 5.000 sono parte delle foreste Casentinesi e gran parte inseriti nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, monte Falterona e Campigna.

Tutta la proprietà è gestita tramite piani di assestamento; in particolare gli studi per la stesura di quello 2008-2017 hanno riportato: 59% foreste di latifoglie, 35% foreste di conifere e 6% aree aperte.

Dal punto di vista dell’età abbiamo il 50% di boschi di età compresa tra gli 50 e 80 anni, un notevole 6.4% di boschi con più di 100 anni e scarsità di boschi con meno di 30 anni (2.3%).

Importante sottolineare l’origine artificiale della quasi totalità dei boschi, o comunque riconducibile a formazioni seminaturali derivanti da gestione secolare (rimboschimenti per il 23% della superficie).

Negli ultimi anni la superficie è aumentata con conseguente diminuzione delle aree aperte.

I criteri di gestione seguono i principi della selvicoltura naturalistica che punta ai seguenti obiettivi: interventi finalizzati alla successione vegetazionale nei boschi di conifere puri, aumento dei livelli di maturità e complessità nei boschi di latifoglie, miglioramento naturalità e caratteristiche ecologiche per tutti i tipi di formazione, salvaguardia delle aree aperte residue.

Tutti gli interventi devono essere compatibili con la presenza di consistenti popolazioni di ungulati (cinghiali, daini, cervi e caprioli) e seguono le indicazioni degli studi di settore eseguiti al fine di redigere il piano di gestione.

Per quanto riguarda le abetine, esse costituiscono l’elemento caratterizzante il paesaggio delle foreste Casentinesi (2.234 ha).

Le fustaie pure e coetanee hanno origine per lo più artificiale ad opera dei monaci camaldolesi fin dal XII secolo, aggiungendo valore storico, monumentale e culturale a quello paesaggistico.

Le abetine costituiscono l’habitat per molte specie, contribuendo all’aumento di biodiversità.

Attualmente i 566 ha di fustaie di abete sono stati divisi in due comprese: “abetine” (a scopo di conservazione e “abetine in evoluzione”, con particolari piani di conservazione, in assenza dei quali queste verrebbero presto rimpiazzate da faggeta.

Un importante aspetto delle foreste Casentinesi è la forte presenza di ungulati, dopo gli ultimi ripopolamenti tra il 1950 e il 1964.

L’attività di monitoraggio delle varie specie presenti sul territorio ad opera della Comunità Montana del Casentino e della Regione Toscana è attiva dal 1980, e la sua prosecuzione nel tempo è l’unico modo per garantire informazioni attendibili ai fini gestionali.

L’estensione del divieto di caccia a zone ricche dal punto di vista trofico (coltivi, pascoli, arbusteti, boschi cedui) e situate più a valle rispetto ai vecchi limiti hanno provocato un consistente aumento delle popolazioni, specie quelle di cervo.

Il cervo, specie gregaria e dall’alimentazione molto varia, è tra le specie che ha impatto più pesante sull’habitat.

I danni al patrimonio forestale da parte degli ungulati possono avere origine alimentare (brucature e scortecciamenti) o comportamentale (fregoni), insieme alla sottrazione di semi e ribaltamento degli strati superficiali di suolo a danno della rinnovazione (cinghiali).

L’installazione di recinzioni ha dimostrato come in assenza dell’azione della fauna ungulata si hanno fenomeni di rinnovazione, assenti nelle zone non protette.

In queste ultime i danni sono stati notevoli: assenza di novellame affermato, mancati fenomeni di successione secondaria, mancato accrescimento dei polloni nei boschi cedui, difetti tecnologici nella forma dei fusti e nella qualità del legno.

A questo proposito occorre specificare che per la pianificazione selvicolturale non basta calcolare la densità delle popolazioni, ma considerare altri parametri (biologia ed etologia della specie, comportamenti indotti dall’attività venatoria).

Gli elementi di criticità riscontrati su questo argomento sono stati: progettazione boschi senza aver considerato le popolazioni di ungulati (diverse velocità tra fenomeni di successione e variazione popolazioni ungulati) e le competenze di gestione faunistica e forestale sono divise fra soggetti diversi (monitoraggi su aree delimitate dal punto di vista amministrativo e non territoriale).

L’attuale carico di popolazione ungulata è considerato il principale fattore limitante nella gestione dell’intero complesso.

Per mitigare l’effetto sui soprassuoli forestali sono stati seguiti vari criteri, come garantire la massima disponibilità di aree di pascolo, favorire la presenza contemporanea di diverse strutture forestali in superficie e distribuzione sul territorio e distribuire gli interventi in modo più ampio possibile. A questi si aggiungono il favorire processi evolutivi verso tipologie climax, effettuare interventi delle massime dimensioni possibili, favorire la mescolanza specifica con attenzione alle specie accessorie monitorando costantemente i risultati di tutti questi interventi.

Sulla base di questi criteri, dal 1988 sono in uso protezioni individuali per i giovani abeti messi a dimora nei rimboschimenti, che tuttavia si sono dimostrate inefficaci con i cervi, capaci di abbatterle.

Più recente ed ancora in sperimentazione è la tecnica delle “chiudende”.

La zona di taglio viene suddivisa in zone recintate dentro le quali sono messe a dimora le piante, lasciando dei corridoi di passaggio tra una recinzione e quelle adiacenti.

In questo modo le piante sono difese, e a maturità creano una barriera viva di rami e fusti che limita il passaggio degli ungulati anche senza recinzione.

Il costo economico non è da sottovalutare, ma comunque rientra ancora nel potenziale profitto ad ettaro di un’abetina di abete bianco.

Un altro intervento attuato è la protezione dei semenzali, spesso distrutti dai cinghiali, con la semplice installazione di reti metalliche che proteggano porzioni di suolo, permettendo la germinazione e affermazione di nuovi individui.

Affrontando il problema dal punto di vista opposto, ovvero la gestione faunistica, occorre riequilibrare la componente zoologica a quella vegetale, indipendentemente da regimi di tutela.

A tal fine vari enti collaborano a livello comprensiorale, rispecchiando le linee guida dell’ ISPRA.




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