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LE FORESTE DI ABETE BIANCO NELL'ITALIA, CENTRALE, PROBLEMI DI GESTIONE E CONSERVAZIONE

Sono illustrate leprincipali caratteristiche delle foreste di abete bianco del centro Italia, elaborate a partire da ricerche effettuate dal gruppo di ricerca dell’Università di Firenze.

Le aree di indagine utilizzate per queste ricerche sono situate: Vallombrosa (Fi) (1270 ha), P. N. Casentino (Ar) (36000 ha), S. Fiora (Gr) (16 ha), Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino (Forlì-Cesena).

I tipi di abetina nelle aree di indagine sono: sotto quota di origine artificiale, mista autoctona del Monte Amiata, montana di origine artificiale, altimontana di origine artificiale.

Le linee guida delle ricerche sono riassumibili in tre filoni: l’autoecologia della rinnovazione naturale dell’abete bianco, le dinamiche successionali e la selvicoltura e gestione.

I principali risultati riscontrati nel primo filone di ricerca (autoecologia della rinnovazione) hanno messo in evidenza la stretta correlazione tra la il microclima luminoso e la rinnovazione, evidenziando un range ottimale compreso tra il 2 e il 70% di I.R.

Al di sotto del 2% non si ha affermazione dei semenzali, sopra il 70% si riscontra competizione da parte di specie erbacee, arbustive e arboree (soprattutto faggio).

Si nota così una condizione ecologica che si realizza in condizioni di iniziale ombreggiamento, dove l’abete mostra comportamento “opportunistico” di iniziale tolleranza dell’ombra e successiva capacità di ripresa, tenendo conto però anche di altri fattori quali la competizione interspecifica, la fitotossicità della lettiera e la natura del soprassuolo.

Per quanto riguarda i risultati delle ricerche nell’ambito delle dinamiche successionali è stato notato un regresso nell’affermazione dell’abete bianco come anche delle latifoglie dovuto essenzialmente ad una progressiva chiusura della copertura e dai danni provocati da un eccessivo carico degli ungulati.

Il problema della chiusura della copertura si evidenzia soprattutto nelle fasi intermedie di crescita, quando la pianta aumenta in altezza da 0.5 a 1,5 m, mentre indipendente da questo fattore risulta l’accrescimento da 0 a 0.5 m.

Altro dato riscontrato nell’ambito delle dinamiche successionali è la progressiva evoluzione delle abetine di strutture multiplane, più stratificate e complesse.

Nell’ambito della gestione forestale, dopo aver messo in discussione fino dagli anni ’80 la “Selvicoltura monastica” basata su estese piantagioni artificiali e governo a fustaia coetanea, si propone un’utilizzazione per lo più limitata al recupero di piante schiantate con al massimo diradamenti bassi o moderati, assecondando il naturale dinamismo della vegetazione che avviene come conseguenza di crolli naturali di piante per cause biotiche (funghi e insetti) o abiotici (vento, neve…).

Nel contesto di un’area protetta infatti, le abetine Casentinesi svolgono sempre meno funzioni produttive a favore di funzioni idrogeologiche, paesaggistiche, didattiche, storico-culturali.

Le proposte gestionali sono l’assecondare le dinamiche evolutive (struttura irregolare) dei soprassuoli adulti, a scapito degli aspetti produttivi ma a favore della stabilità dell’abetina stessa.

Per soprassuoli giovani, più o meno monoplani, si propongono invece interventi volti a favorire l’irregolarità naturale della struttura, a garanzia della sua stabilità meccanica.

A seconda del sottotipo di abetina si propongono interventi diversi.

Per le abetine altimontane tagli a buche (500<S<1000 mq) tagli di “margine” e probabili interventi di integrazione della rinnovazione naturale con piantagioni.

Per le abetine montane invece si propongono tagli di “liberazione” e tagli a buche (800<S<2000 mq).

Infine per le abetine non evolute gli intereventi proposti si riducono a diradamenti selettivi “selezione positiva”.




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